sabato 6 luglio 2013

LANDRU (Claude Chabrol)




Siamo negli anni della Grande Guerra. Landru (Denner) è un omino tranquillo, affascinato dalle signore piuttosto mature. Dopo averle sedotte, si fa firmare da loro una procura e, dopo averle uccise, ne elimina i corpi nella stufa. Arrestato, al processo fa uso della sua ironia per conquistare la simpatia del pubblico. Questo però non lo salva. 
Con il suo umor macabro, il film di Chabrol diventa anche una riflessione sulla colpevolezza e sulla responsabilità. E accogliendo il punto di vista di coloro che seguirono il processo, il regista ci dà l'immagine di un "mostro" piuttosto simpatico.. Il personaggio era già stato trattato da Chaplin una quindicina di anni prima, camuffandone il nome in Verdoux; la differenza sostanziale con questo lavoro di Chabrol è che qui si fa il punto (anche) sulla società, sui riflessi che la vicenda ha su di essa e sulle responsabilità che il contesto sociale ha nella storia, mentre nel film di Chaplin ciò che importava era innanzitutto la psicologia dell'omicida seriale. Bravo Denner come protagonista, un ruolo affatto facile per le sue sfaccettature (colto, ma malvagio; assassino, ma gentiluomo; crudele, ma ironico), soggetto e sceneggiatura di Françoise Sagan, cameo di Queneau nelle vesti del presidente del consiglio Clemenceau. La storia, è risaputo, è assolutamente vera pur nella sua bizzarria e nei suoi risvolti inverosimili; Chabrol è bravo nel non abbandonarsi a facili strascichi romanzati ed il finale, con la scelta di mettere in scena l'esecuzione di Landru, è necessario per quanto quasi doloroso: è infatti difficile non prendere in simpatia il folle protagonista.

tres

giovedì 4 luglio 2013

IL TAGLIAGOLE (Claude Chabrol)



Un film di Claude Chabrol. Con Antonio Passalia, Stéphane Audran, Jean Yanne Titolo originale Le Boucher. Poliziesco, durata 95' min. - Francia 1969

Il macellaio Popaul, duramente segnato dall'esperienza della guerra, crede di trovare una compagna nella maestra del paese Hélène, ma questa rifiuta di impegnarsi in un rapporto che vada oltre la semplice amicizia. Quando vengono ritrovati i cadaveri di alcune giovani donne, Hélène capisce che l'assassino è...
Ad un tratto, la tranquilla vita di paese viene sconvolta da una serie di efferati omicidi che fanno pensare alla possibile presenza di un serial killer. Sullo sfondo di un tipico ambiente di provincia, Claude Chabrol sviluppa un intreccio che passa dal melò al noir con elegante disinvoltura, con un occhio fisso sull'incontro di due solitudini che fa affiorare il ritorno di un sentimento amoroso probabilmente salvifico sia per Hèlène che per Popaul, e un'altro attento al sangue versato da innocenti fanciulle che riporta l'attenzione sulla brutale istintività delle pulsioni umane più violente. Amore e morte convivono con estrema naturalezza dunque, presupponendo nella loro intima coesistenza la presenza ingombrante di un passato duro a cadere nell'oblio, carico di cattivi pensieri e colmo di ferite che non si chiudono. Benchè il personaggio del macellaio sia facilmente leggibile, Chabrol ne fa un contraddittorio e problematico antieroe, facente parte di quella comunità assente e incredula, mentre l'interesse maggiore lo riveste Helene, la direttrice. La sua paura di amare deriva da un rapporto d'amore finito male anni prima e limita la possibilità di nuovi rapporti affettivi. Helene come detto appare come una donna emancipata, fuma per strada, vive da sola, proviene da un contesto lontano e diverso dal paesino in cui si trova. Dall'altra parte accetta passivamente la corte di Popaul come se fosse obbligata a farlo, come se fosse rassegnata all'esistenza del solo amore senza coinvolgimento nè sentimento, fatto solo di carne. Quando esplicita la sua diversità dal macellaio la situazione precipita fino all'emblematico finale dove sullo sfondo appare il paesaggio per la prima volta sfuocato e incerto. Helene posa il suo sguardo senza nessun obiettivo da mettere a fuoco, chiedendosi senza poter rispondere, se sacrificando sè stessa a Popaul si sarebbero evitate le tragedie seguenti. Chabrol ne fa una moderna Giovanna d'arco votata a un supplizio ma incapace di sostenerlo, trasfigurandone la figura che forse da lì in avanti può sentirsi parte integrata della comunità. E a Chabrol per fare de "Il tagliagole" una riflessione sulla natura violenta della società che arma la mano dei suoi potenziali carnefici. Con l'eleganza sorniona di sempre, usando il "genere" per parlare dell'uomo, della politica e, come in questo caso, condannare a suo modo l'abitudine primitiva di farsi la guerra. 

tres

STÉPHANE, UNA MOGLIE INFEDELE (Claude Chabrol)



Un film di Claude Chabrol. Con Michel Bouquet, Maurice Ronet, Stéphane Audran, Michel Duchaussoy, Donatella Turri Titolo originale La Femme infidèle. Drammatico, durata 98' min. - Francia 1968

Stephane è sposata con Charles e lo tradisce con Victor. Quando Charles scopre la tresca uccide Victor e ne fa sparire il corpo. Tempo dopo la polizia scorpre il delitto e interroga tutti quelli che hanno avuto a che fare con l'ucciso, tra cui Stephane. Quando la donna trova in una tasca di Charles una foto di Victor capisce tutto e non fa nulla per evitarne l'arresto. 
"La Femme infidèle" è a suo modo uno dei film più paradigmatici dell'intera filmografia di Claude Chabrol, che si sa, ama muoversi nelle torbide acque degli ambienti alto borghesi per arrivare ad aprire il sipario sulle sensazioni malsane che vi si annidano. Credo che l'espediente che più di ogni altro caratterizza il suo modo di fare cinema è questa calma apparente che sorregge gran parte dei suoi film, il fatto che i suoi personaggi si muovono con una naturalezza disarmante, come se tutto quello che dicono o fanno corrispondesse esattamente a quello che andava detto o fatto, necessariamente ed imprescindibilmente. Non c'è effetto che possa far dubitare sull'inevitabilità della causa che l'ha prodotto e c'è sempre una maschera pronta a celare sensazioni traditrici. In questo film si ha subito la sensazione che le cose non sono propriamente come ci appaiono, che qualcosa di strano cova sotto l'apparente giovialità familiare e la grandezza di Chabrol, qui come altrove, sta nell'insinuare il sospetto tra le pieghe di accadimenti banali, di generare uno stato di tensione latente facendo esclusivo ricorso a sfumature caratteriali o scarti emotivi. Ci mette di fronte alla necessità che qualcosa dovrà accadere, ma non si sa mai di preciso come, quando e perchè. Per circa metà del film lo spettatore è portato a nutrire gli stessi dubbi di Charles circa la fedeltà della moglie, dopodichè fa la conoscenza di Victor nell'unica occasione in cui lo ritroviamo insieme a Stèphane in quella che è una sequenza profondamente emblematica. "Anche un piccolo cambiamento potrebbe turbare il mio equilibrio" dice Charles nelle prime battute del film. Siamo sulla soglia dei grandi mutamenti di costume e di liberazione della morale, e Chabrol, il demiurgo francese dei vizi e delle virtù umane ne coglie il segno che intacca la classe borghese. Quando la vicenda prende la via della risoluzione e della verità, Chabrol non esita a infierire sullo spettatore con un finale fra i suoi più belli e contraddittorio, riportando sullo stesso piano spietatezza e sentimento, forse percepiti da entrambi i protagonisti per la prima volta nel nome di un malcelato compromesso alla sopravvivenza.
Kapu

A DOPPIA MANDATA (Claude Chabrol)



Un film di Claude Chabrol. Con Jean-Paul Belmondo, Antonella Lualdi, Madeleine Robinson, Jeanne Valérie Titolo originale A double tour. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 100' min. - Francia 1959

In una lussuosa villa, nei dintorni di Aix-en-Provence, vivono Henri Marcoux, la moglie Thérèse e i due figli, l’inetto Richard ed Elisabeth. Quest’ultima è fidanzata con l’insolente e fascinoso Lazlo. Henri Marcoux ha un’amante, la giovane e affascinante Leda, loro vicina di casa. La relazione è palese e la moglie la subisce pur di salvare le apparenze. Un bel giorno però, Leda viene assassinata... 
Dopo l'esordio, l'anno precedente, con Le beau Serge, Chabrol aveva girato l'altrettanto piacevole I cugini ed ora arrivava al terzo lungometraggio con questo soggetto tratto da un romanzo di Stanley Ellin e sceneggiato insieme a Paul Gegauff (già collaboratore per la precedente pellicola). Un cambio di cast (nei primi due film i protagonisti erano i medesimi) ed un approfondimento dei temi della famiglia e soprattutto dell'ambiente domestico borghese sono i due elementi maggiormente evidenti in questo A doppia mandata. Ritratto di borghesia in nero: il giovane Chabrol indaga e analizza con uno sguardo spietato, lucido, glaciale, amarissimo e sconsolato il lento sfasciarsi e disgregarsi di una famiglia come tante, ricca di possedimenti e di averi ma del tutto incapace di restare unita, distrutta da odi, paure, rancori, segreti, inganni e tradimenti per troppo tempo tenuti nascosti ed esplosi improvvisamente in tutto il loro fragore generando dolore e morte. Si è detto e scritto infinite volte che Chabrol realizza grandi film quando affonda il bisturi nei vizi, le debolezze e l’ipocrizia della società di provincia, meglio ancora se si tratta dell’alta o della piccola borghesia. « A double tour » è la prima opera del regista che si addentra in questo campo e la borghesia chiamata in causa è tutt’altro che piccola. Chi sia il colpevole viene immediatamente suggerito. Quel che interessa all’autore è descrivere una classe sociale disposta a dissimulare qualsiasi meschinità pur di assicurare la propria rispettabilità. Gli viene incontro il fior fiore degli attori della « Nouvelle Vague », da Jean-Paul Belmondo a Bernadette Lafont, passando per Madeleine Robinson, che per questa sua interpretazione vinse la Coppa Volpi alla Mostra di Venezia del 1959. Tornando a Jean-Paul Belmondo, trova qui un ruolo tagliato su misura : strafottente, esagerato, maleducatissimo, tiene banco per buona parte del flm, grazie a quel suo modo di recitare volutamente sopra le righe che ne segnerà il successo. Chabrol pone le basi per molti dei suoi futuri lavori, affrontando apertamente la spietata società odierna ed intessendo una trama sufficientemente 'nera'.

tres

IL BUIO NELLA MENTE (Claude Chabrol)



Titolo originale La cérémonie. Drammatico, durata 120 min. - Francia 1995

Un mattino d'inverno alla stazione di Saint-Malo la signora Lelièvre accoglie Sophie, la nuova cameriera. Subito apparentemente a suo agio nella gestione delle faccende domestiche, Sophie riesce a fare tutto e a soddisfare tutti. Se non fosse per quella sua strana mancanza di emozioni... Jeanne, la spigliata e curiosa postina del paese, riesce a fare amicizia con la nuova arrivata; i segreti delle due giovani donne, diversi ma ugualmente inconfessati, trasformano l'amicizia in una alleanza. La famiglia Lelièvre, senza saperlo e senza volerlo, si avvicina pericolosamente allo svelamento di questi segreti.
Ci sono tutti gli ingredienti del cinema di Chabrol in questa bella pellicola: dramma psicologico, ambiguità morale della borghesia, contraddizioni del modernismo. Uno di quei film in cui in apparenza non succede niente, dove i gesti quotidiani tessono una ragnatela di segnali inquietanti e trascinano la storia verso l'inevitabile esplosione finale. Da un romanzo di Ruth rendell (già portato sullo schermo in La morte non saleggere), una paradossale lotta di classe privata. Chabrol ha modificato molto la struttura del romanzo e cambiando soprattutto la caratterizzazione di Sophie e Jeanne, nel senso di conferirgli i tratti di personalità psichicamente disturbate e del tutto aliene a un discorso di scelte autenticamente consapevoli, direi che ha contribuito non poco ad annacquare la valenza politica del film se non in senso più lato e più generale. Aldilà di questo aspetto (che pure meritava di essere evidenziato), direi che ci troviamo di fronte a uno dei migliori film di Chabrol in assoluto. Un congegno a orologeria che in questo caso rasenta la perfezione, regolato da un raffinato affabulatore di cose di cinema e retto da un gruppo di attori straordinari. Jacqueline Bisset e Jean-Pierre Cassel grandi come sempre. Isabelle Huppert e Sandrine Bonneire semplicemente superlative (premiate a Venezia). 

tres

L'INFERNO (Claude Chabrol)



Un film di Claude Chabrol. Con François Cluzet, Emmanuelle Béart, Nathalie Cardone Titolo originale L'enfer. Drammatico, durata 65' min. - Francia 1993

Qual è il confine tra amore e gelosia? Lo stesso che intercorre tra normalità e pazzia, come dimostra la vicenda di questo albergatore di provincia. Regia nervosa e sorprendente di Chabrol e una grande prova della Béart
Paul ha tutti motivi per essere soddisfatto di se stesso. A trentacinque anni è riuscito a rilevare l'albergo in cui lavora, a rimetterlo a posto e a farlo diventare una specie di paradiso per clienti che cercano pace e tranquillità. E poi ha convinto la bella Nelly a sposarlo e a dargli un erede; non solo, ma la donna si dimostra un'abile collaboratrice nella gestione dei turisti. Forse il punto è proprio questo: Nelly è troppo abile. E' affabile, scherza con i clienti, ha una parola per tutti. Un giorno, nel salone dell'albergo, assiste a luci oscurate alla proiezione di diapositive portate da un amico di famiglia. Paul li sorprende e da quel momento il suo equilibrio mentale ne esce sconvolto. I due non hanno fatto niente, ma ogni gesto di Nelly adesso viene interpretato da Paul come una sicura prova di tradimento. In un primo tempo lei sembra divertirsi di questa improvvisa gelosia del marito. Ma la situazione precipita e coinvolge anche il buon andamento degli affari, i clienti assistono turbati alle scene isteriche sempre più frequenti di Paul. La moglie convince il medico di famiglia a far entrare Paul in una clinica psichiatrica, ma i due devono ancora passare una notte insieme...
L'inferno doveva essere l'ultimo film di Henri-Georges Clouzot (il regista di Vite vendute); nel 1964, dopo i primi ciak con Romy Schneider e Serge Reggiani, un infarto aveva impedito al regista di proseguire. Chabrol, esponente di punta della Nouvelle Vague, riprende il soggetto e ne fa uscire un film nervoso, sorprendente, bellissimo. Tutto rimane sospeso tra incubo e realtà, non sapremo mai se la donna ha o no tradito e come si sono svolte esattamente le cose nella loro ultima notte. Una storia d'amore intensa e struggente, con Emmanuelle Béart che si conferma attrice di punta del cinema francese. Claude Chabrol ha ottenuto i suoi esiti più lusinghieri quando ha affrontato i nidi di vipere nascosti sotto un'apparente calma piatta. Qui confeziona un film bello e terribile, elegante e angoscioso, dove il rapporto amore-gelosia, mette paura.

tres

L'ISPETTORE LAVARDIN (Claude Chabrol)



Un film di Claude Chabrol. Con Jean-Claude Brialy, Bernadette Lafont, Jean Poiret Titolo originale Inspecteur Lavardin. Giallo, durata 99' min. , Francia 1986

In una cittadina di provincia, poco dopo essere riuscito a far vietare la rappresentazione di una pièce giudicata blasfema, lo scrittore cattolico Raoul Mons viene trovato morto, accoltellato e lasciato nudo su una scogliera. Incaricato delle indagini e spedito sul luogo, Lavardin capisce ben presto che la soluzione del caso non va ricercata nel conflitto tra la troupe teatrale e lo scrittore, bensì nei consueti scheletri nell’armadio della famiglia di quest’ultimo.
Inutile raccontare gli sviluppi del piccolo giallo, che serve all’autore solo per affondare ancora una volta il coltello nelle ipocrisie e menzogne della borghesia di provincia. Gli aspetti più gustosi del film sono infatti costituiti dalla descrizione dei personaggi e dalla vivacità dei dialoghi. Chabrol fa ricorso ad amici fidati e di lunga data, primi fra tutti Jean-Claude Brialy e Bernadette Lafont. Nel film sono fratello e sorella, il primo deliziosamente gay, spiritoso ed eccentrico, la seconda leggermente squilibrata, diafana e distaccata, morbosamente legata al fratello e alla figlia avuta da un primo matrimonio. L’ispettore li conosce da tempo. In gioventù, la donna era stata una sua fiamma. Anche il secondo film di Claude Chabrol che vede come protagonista Jean Poiret nei panni dell’ispettore Lavardin rientra forse nella filmografia minore del regista, ma diverte e può essere considerato un giallo di buona fattura. Pur riprendendo un canovaccio e uno stile narrativo simili al film precedente, questo sequel mi è apparso più raffinato e studiato con maggior cura. Jean Poiret padroneggia un personaggio ormai rodato e lo arricchisce di un fraseggio al limite del sarcasmo, di un’ironia accentuata e di notevole snellezza recitativa. Forti del discreto successo ottenuto dalle due pellicole nelle sale cinematografiche, regista e attore insisteranno nella serie « Lavardin » con quattro telefilm di 90’, trasmessi tra il 1988 e il 1990 dall’emittente televisiva TF1.
Kapu

UNA MORTE DI TROPPO (Claude Chabrol)



Un film di Claude Chabrol. Con Michel Bouquet, Stéphane Audran, Jean Poiret, Lucas Belvaux Titolo originale Poulet au vinaigre. Giallo, durata 110' min. - Francia 1984

Una serie di omicidi sconvolge la provincia francese.
Un paese della provincia francese è sconvolto da una serie di delitti legati a un affare immobiliare. L'indiziato numero uno è Louis Cuno, il postino del paese. A condurre le indagini dalla capitale arriva nella cittadina l'ispettore Lavardin dai metodi poco ortodossi che avrà il suo bel daffare per tentare di districare l'ingarbugliata matassa. 
Claude Chabrol trae la vicenda da un romanzo di Dominique Roulet che firma anche la sceneggiatura. La figura dell'ispettore Lavardin interpretato da Jean Poiret darà origine a una serie di telefilm. Il film conserva personaggi piccoli e meschini tipici della provincia francese. Divertentissimo giallo nello stile più classico del grande regista : borghesia della provincia francese piena di scheletri negli armadi, omicidi, un ispettore alla Maigret, atmosfere alla Simenon e attori eccellenti. Gli ingredienti ci sono tutti, ma siamo in presenza di uno Chabrol più leggero del solito. Sa in partenza di non puntare alla grande opera d’arte ma, come ha spesso raccontato egli stesso, adorava queste trasferte in provincia, la ricerca delle locations, il contatto con le figure locali. Si divertiva e faceva gustosamente divertire il suo pubblico. Altrettanto in sintonia appaiono i suoi attori. L’ « inspecteur Lavardin », interpretato da Jean Poiret, con il suo comportamento al limite del lecito per un poliziotto e la sua aria apparentemente bonaria, compare solo dopo 40 minuti e funziona molto bene, tanto da meritarsi un « sequel » l’anno successivo con l’altrettanto valido « Inspecteur Lavardin ». Non meno convincente la figura della classica madre psicotica, ossessivamente e morbosamente attaccata al figlio, cui da vita Stéphane Audran, ex-moglie di Claude Chabrol e interprete di alcuni tra i suoi capolavori (« Il tagliagole » e « Stéphane, una moglie infedele », entrambi del 1969, « L’amico di famiglia » del 1972, « Violette Nozière » del 1978 e « Betty » del 1992, tanto per citare quelli che considero i migliori). Qui, Stéphane Audran è una povera madre abbandonata dal marito e inchiodata su una sedia a rotelle. Difende la sua casa minacciata da imprenditori senza scrupoli che tentano di sfrattarla, ma è un personaggio completamente fuori di testa. Parla con il marito assente, nel finale incendia la sua stessa casa... Una figura politicamente scorrettissima, come amava crearle quel burlone di Claude Chabrol. Altro attore feticcio del regista, Michel Bouquet è ovviamente perfetto nel ruolo del notaio notabile del paese, perfido e vile.
Kapu

SÉRAPHINE (Martin Provost)



Drammatico, durata 125 min. - Francia, Belgio, Germania 2008

1914, venti di guerra sull’Europa. Nella provincia francese si è ritirato Uhde, insigne gallerista e critico d’arte parigino, ma di origine tedesca, che comincia a sentire sulla propria pelle la tensione del conflitto prossimo venturo. Al suo servizio Séraphine Louis, domestica dai modi spicci raccomandata dalle suore e dalla ricca ma grossolana locataria. Séraphine, quasi in segreto, dipinge, e quando Uhde si accorge di avere a che fare con un talento eccezionale, cambia la natura del loro rapporto.
Grande successo del cinema francese “d’autore”, distribuito in Italia con due anni di ritardo, Séraphine è il tipico film da cineforum, di cui non si può che parlare bene. Invita al dibattito sciorinando temi diversi, dall’emancipazione della figura femminile al centro della scena (autodidatta, culturalmente acerba, vagamente simile alla nostra Alda Merini, poetessa) all’esasperazione dei conflitti di classe (ancora una volta, veri motori della storia) fino alla relazione di crescita reciproca tra due personaggi di estrazione sociale opposta. Tutto in questo film lascia tracce, e negli occhi entra la meraviglia di quei colori stesi sulla tela dalla mano rozza, callosa, con le dita annerite di Séraphine, la serva, la lavandaia, la fille de Marie un po’ tocca, che le pie suorine biancovestite tengono con loro, cantano insieme il Veni creator spiritus prima di far merenda con vocine angeliche, e quel réfrain è tutto quel che ha imparato Séraphine di musica, e lo canticchia mentre dipinge sul pavimento della stanza di cui non riesce a pagare l’affitto. La vita di Séraphine è quella del baco da seta nel bozzolo da cui uscirà la farfalla, unico pensiero dominante è trasferire le forme semplici della natura sulla tela, e i colori li prende da lì, li impasta con la cera delle candele sull’altare, uno sguardo mortificato al Crocifisso e via, il rosso è il sanguinaccio rubato nella cucina del macellaio, l’azzurro, il giallo, il verde sono tutti nei campi, a mazzi di cui riempie il canestro. La prova della protagonista Yolande Moreau, premiata con un meritato César, l’Oscar francese, è semplicemente superba. Bellissime le due sequenze di preparazione dei colori (la ricerca delle materie prime naturali al fiume e la lenta lavorazione, come se la donna artista stesse cucinando). Minuziosa l’immedesimazione con una figura realmente esistita, figlia povera di un’epoca. Tuttavia il personaggio più interessante e meno prevedibile del film è Uhde (Ulrich Tukur), tormentato intellettuale vittima due volte dell’idiozia umana e della carneficina imminente (traditore per i tedeschi, nemico per i francesi). E mentre si passano in rassegna gli autentici bozzetti di Picasso, il critico resta affascinato, persino intimorito soprattutto dai soggetti di Séraphine, che anticipando gli umori cupi del secolo breve appena cominciato non dipinge che mele, pere, foglie... Nature morte.
Kapu

mercoledì 3 luglio 2013

SAVIOR (Predrag Antonijevic)

Locandina Savior















Un film di Predrag Antonijevic. Con Dennis Quaid, Nastassja Kinski, Stellan Skarsgård Drammatico, durata 104 min. - USA 1998

Joshua è un ufficiale americano delle forze antiterrorismo di stanza a Parigi ha appena salutato moglie e figlio in un bar quando il locale salta in aria uccidendo entrambi. La reazione del militare è tanto irrazionale quanto immediata: prende un'arma ed entra nella moschea del quartiere uccidendo tutti i presenti. Lo ritroviamo dopo qualche tempo arruolato nella Legione Straniera. Il suo compito è combattere, non importa per chi, ma lui ha bisogno di altro: vuole qualcuno da odiare. Siamo agli inizi degli anni Novanta e quindi la meta diventa la Serbia. In Montenegro Joshua assiste alle uccisioni più spietate e vi partecipa fino a quando sulla sua strada non incontra Vera, una giovane donna serba stuprata dalle milizie musulmane. Joshua l'aiuta a far nascere la figlia e dovrà poi decidere che fare quando la famiglia caccia via madre e bambina.
Dennis Quaid sa come offrire il proprio aspetto dolente a una storia intrisa di umanità e di efferatezza. È lui il punto di forza di Savior che propone senza remore (onore al merito alla Repubblica del Montenegro che ha offerto assistenza tecnica visto che all'epoca esisteva ancora un seppur tenue legame con la Serbia la cui popolazione in armi non brilla certo per sensibilità nel film). Il percorso di redenzione di un essere umano duramente provato lo abbiamo già visto innumerevoli volte al cinema ma in questo film si inserisce in un contesto ben descritto di violenza quotidiana e insensata come forse solo Winterbottom in Welcome to Sarajevo era riuscito a rendere in modo altrettanto efficace. Un'avvertenza per i fans di Nastassja Kinski: il suo nome è solo utile per promuovere il film. Infatti il suo personaggio (la moglie di Joshua) scompare, per non fare più ritorno, nell'arco dei primi 5 minuti del film.

Loris              

L' ULTIMO DEI MOHICANI (Michael Mann)

Locandina L'ultimo dei mohicani

















Un film di Michael Mann. Con Daniel Day-Lewis, Madeleine Stowe, Russell Means, Eric Schweig, Jodhi May,  Steven Waddington, Maurice Roëves, Wes Studi, Dylan Baker, Patrice Chereau, Edward Blatchford, Terry Kinney, Tracey Ellis, Justin M. Rice, Dennis Banks, Pete Postlethwaite, Colm Meaney
Titolo originale The Last of the Mohicans. Western, durata 130 min. - USA 1992.

La Guerra dei sette anni è sbarcata oltre oceano. È il 1757. Le colonie americane sono terreno fertile per sangue e morti. Inglesi e francesi si contendono le terre, mentre le tribù autoctone decidono da quale parte schierarsi e a chi giurare una presunta fedeltà. Tra loro anche Nathan, nato inglese e adottato dai Mohicani, corre tra foreste e fiumi in cerca di una pacifica convivenza tra coloni e invasori. Gli equilibri verranno presto spezzati dalla crescente tensione tra le forze europee e dai labili patti che legano gli indigeni ai due schieramenti.
Tratto dal romanzo omonimo di J.F. Cooper e remake de I re dei pellerossa (1936), L'ultimo dei Mohicani è un kolossal in grande stile, epico racconto in cui l'interesse per la narrazione cede il passo all'azione. Micheal Mann procede di corsa, parte in medias res e avanza senza soste in un continuo susseguirsi di fughe e assedi. Tanto affanno e poche parentesi per il pensiero in un film dove lo spazio per l'animo dei personaggi è minimo e le azioni parlano per loro.Questo registro espressivo pragmatico e poco dedito all'approfondimento psicologico dei caratteri è però funzionale a quel mondo selvaggio, dominato dalle armi, in cui la diplomazia si scopre arte faticosa e sterile, mentre la violenza divide facilmente il mondo in morti e vivi, vincitori e vinti. Con l'amore a fungere da unico antidoto. L'interesse principale ricade sullo scontro tra culture in cui solo l'habitat si distingue per purezza. I colonizzatori sono ingordi e non c'è più ingenuità nel popolo ospitante perché la contaminazione è già parte del Nuovo Mondo. Eppure la divisione è ancora netta, con gli invasori dediti al rispetto dei propri doveri e gli indigeni impegnati nella salvaguardia dei propri diritti. L'opera di Mann si apprezza e si distingue soprattutto per l'affresco estetico di una Natura che funge da silenziosa testimone, sulle note di una travolgente colonna sonora capace di far respirare a pieni polmoni lo spettatore e di evocare in lui il recupero di una pace per lo spirito. Il carisma spigoloso di Daniel Day Lewis fornisce corpo e vigore ad uno dei tanti cuori impavidi del cinema epico-storico. Un eroe più coraggioso di un film che parla di sensi di appartenenza (alla terra, ai certi valori innati e alla persona amata) senza andare oltre gli argini del genere a cui appartiene.

tres              

IL SAPORE DEL DELITTO (Anatole Litvak)




Un film di Anatole Litvak. Con Humphrey Bogart, Edward G. Robinson, Claire Trevor Titolo originale The Amazing Doctor Clitterhouse. Drammatico, b/n durata 87' min. - USA 1938

Autore di un libro sulle reazioni psichiche dei criminali si trasforma in ladro e si unisce a una banda. Il capo vuole costringerlo a derubare i suoi amici più ricchi. Sceneggiato da John Wexley e John Huston sulla base di una pièce (1936) di B. Lyndon, è un dramma criminale che H. Bogart, per la sua fosca prestazione, disprezzava: è invece un film avvincente e ben costruito. E.G. Robinson non regge il confronto con Cedric Hardwicke che interpretò lo stesso ruolo a teatro.AUTORE LETTERARIO: Barre Lyndon

tres

THE BURNING PLAIN - IL CONFINE DELLA SOLITUDINE (Guillermo Arriaga)

Locandina The Burning Plain - Il confine della solitudine












Un film di Guillermo Arriaga. Con Charlize Theron, Kim Basinger, Jennifer Lawrence, José María Yazpik, Joaquim de Almeida, Tessa Ia, Diego J. Torres, J.D. Pardo, Danny Pino, Brett Cullen, Gray Eubank, Toni Marie Lopez, Sean McGrath, Cesar Miramontes, Marty Papazian, TJ Plunkett, John Corbett
Titolo originale The Burning Plain. Drammatico, durata 110 min. - USA, Argentina 2008. - Medusa uscita venerdì 7 novembre 2008.     


Sylvia è la responsabile di un ristorante di lusso a Portland. È fredda e contenuta come l'ambiente che la circonda e percossa intimamente dalle onde di un mare in perenne tempesta. Mariana è una ragazzina che ha intrecciato una relazione con Santiago, dopo che un rogo si è portato via il padre di lui e la madre di lei, nella deserta pianura del New Messico. Maria è una bambina messicana che vive felice con il padre, fino a quando un incidente non cambia improvvisamente ogni cosa.
The burning plain, esordio alla regia dello sceneggiatore Guillermo Arriaga, confermando la sua fedeltà a 
uno stile ormai codificato di racconto, ne illumina la sensibilità introspettiva, la personalità artistica sicura, in una parola la pienezza e l'autonomia creativa. Nella scrittura di Arriaga - Babel lo testimonia - c'è sempre un momento che apre la diga e fa debordare, inarrestabile e potente, il film-fiume. Quel momento coincide con un incontro e, spesso, l'incontro è con uno sconosciuto, l'altro che rivela il sé. Non tanto, o almeno non più, personaggio-funzione, ma nodo di quell'immaginaria mappa spazio-temporale che i suoi racconti inventano con precisione e millimetrica coerenza. Percorrendo le strade della mappa -qui circoscritta dai quattro punti cardinali di terra, aria, acqua e fuoco- l'incidente è certo, tragico, irreparabile. Tale che devia il percorso, cambia la vita, la re-inventa, perché è questo il senso del suo narrare: andare ("sulla strada"), inciampare, "finire" per vivere.Il viaggio di Sylvia lungo la mappa della sua storia, prende l'avvio dall'incontro con uno sconosciuto proveniente da una terra che il regista conosce bene, il Messico, e dalla quale non ha più bisogno di allontanarsi esageratamente. Non è il caso (come altrove) a fare da guida, piuttosto, al contrario, la necessità. Con pochi, importanti scarti rispetto al già dato, Arriaga dimostra di saper evitare le trappole di un sistema di scrittura che, per quanto estensibile all'infinito, rischiava evidentemente di divenire già gabbia. Letteralmente patetico anche se non per questo melodrammatico, The burning plain è un frutto maturo. La penna, così come i personaggi, si è fermata "al limite", un attimo dopo sarebbe scaduta nel cattivo gusto, un attimo prima il gusto non sarebbe stato pieno.Rispetto al collega Inarritu, che ha portato sullo schermo le sue migliori sceneggiature (e migliori di questa), Arriaga sceglie la strada che ha fatto sua in letteratura: nessuna patina, nessuna maschera sulla crudeltà dei luoghi e del cuore. Per questo, soprattutto, e per l'intensità richiesta alle attrici, il film non è già tutto sulla carta ma trova l'emozione. Charlize Theron, Kim Basinger, Jennifer Lawrence, Tessa Ia. Donne, ma soprattutto madri e figlie, perché è la "generazione" il cuore di quest'opera: personaggi che hanno generato e sono stati generati e che, in virtù o per colpa di ciò, generano a loro volta il film, all'interno di un progetto autoriale in cui l'arte cerca di riprodurre il più esattamente possibile il moto della vita, per osmosi più ancora che per mimesi. Un progetto di cui Arriaga, con questo film, ribadisce e rivendica, appunto, la genitorialità.

tres              

martedì 2 luglio 2013

IL CAMMINO PER SANTIAGO (Emilio Estevez)



Titolo originale The Way. Azione, durata 94 min. - USA 2010

Tom (Martin Sheen), un medico statunitense, arriva in un paesino sui Pirenei francesi per recuperare il corpo del figlio, morto durante una tempesta mentre si stava recando in pellegrinaggio a Santiago de Compostela, in Spagna. Per capire cosa passasse nella mente del giovane durante quel viaggio, l’uomo decide di completare il suo progetto, affrontando in solitaria il percorso di 800 km che lo separa dal centro spagnolo e portando con sé le ceneri del ragazzo. Durante il cammino, Tom incontrerà altri pellegrini, che colmi di fede lo aiuteranno a riscoprire il vero valore della vita. 
“Il cammino per Santiago” (The Way, 2010) è la settima regia dell’attore e sceneggiatore Emilio Estevez. Quando un’opera chiude il cerchio familiare dall’origine galiziana del nonno (a cui il film è dedicato nei titoli di coda) fino al nipote che dirige come un diario il cammino di un’esperienza e la vita dei padri, il resoconto è sempre difficile da stilare ed è ancor più arduo separare il fatto personale e quello che è un film da distribuire e da sintonizzare col pubblico. Una pellicola girata con basso profilo, una certa libertà e visuale sull’orizzonte non certo guardando in modo drastico il senso di appartenenza e le mura concilianti(ri) della Chiesa. Dicono che sul cammino di Santiago avvengano miracoli. Di certo non si tratta di una semplice camminata, per alcuni è una fuga, per altri una ricerca, per altri ancora un’indimenticabile avventura. Ha le carte in regola per essere definito un film on the road Il cammino per Santiago. Nella sua semplicità, è opera riconciliante, avvolta da una musica che fa da protagonista e da un candore che non lascia indifferenti. La religione non c’entra niente, Tom e i suoi compagni di strada marciano verso un nuovo tipo di pace che non a caso non termina nella basilica di Santiago. Per raggiungerla è necessario continuare a camminare sino al mare, e oltre.

tres

LA SELVA DEI DANNATI (Luis Buñuel)



Un film di Luis Buñuel. Con Simone Signoret, Charles Vanel, Georges Marchal Titolo originale La mort en ce jardin. Drammatico, b/n durata 104' min. - Francia, Messico 1956

Una cittadina brasiliana ingaggia una lotta contro la società mineraria che vuole nazionalizzare i giacimenti. Un prete, una prostituta, un avventuriero e un minatore si rifugiano nella giungla per fuggire alla polizia. La violenza tra i membri del gruppo esplode incontrollata: tenteranno di uccidersi a vicenda.
La selva dei dannati è un’opera nella quale Buñuel analizza con occhio freddo e cinico (ma anche con improvvisi momenti surrealisti) i rapporti umani e le dinamiche sociali di un gruppo male assortito di persone. Un avventuriero, una prostituta, un missionario e un vecchio minatore con la figlia muta si ritrovano insieme dopo essere scappati dalla repressione dei militari, a causa di un tentativo di rivolta compiuto dai cercatori di diamanti del luogo. Fuggono su un battello e poi si perdono nella giungla. La natura, avvolgente e lussuriosa, diventa una sorta di laboratorio-prigione in cui Buñuel può osservare i comportamenti e le psicologie dei vari personaggi. Da prima sembra crearsi tra di loro una sorta di solidarietà, indispensabile per riuscire a sopravvivere in condizioni tanto avverse. Ma nel momento in cui vengono scoperti il resto di un aereo con ancora dei viveri a bordo e soprattutto un sacchetto pieno di diamanti questa parvenza di coesione sociale crolla per far riemergere in maniera selvaggia l’istinto di sopravvivenza e sopraffazione individuale. Inizia quindi un gioco al massacro da cui si salveranno solamente in due. Scomparse le leggi umane quelle della natura si dimostrano casuali e senza nessun controllo. Neanche la fuga in un mondo altro, lontano dalla società e dalle sue regole, sembra essere in grado di cambiare gli istinti individuali e le psicologie dei personaggi, che alla fine diventano simboliche nel rappresentare vari aspetti della condizione umana. Buñuel, partendo da un banale plot d’avventura e rielaborando il materiale narrativo insieme a Raymond Queneau e Luis Alcoriza costruisce una lucida e anarchica riflessione sulla violenza, sulla debolezza dell’animo umano e su quanto il vivere sociale più che una prerogativa dell’animale uomo sia una sua lontana e difficile conquista. Lo sguardo spietato di Buñuel si posa senza moralismi sulla miseria della condizione umana
Kapu

ESTASI DI UN DELITTO (Luis Buñuel)



Un film di Luis Buñuel. Con Ernesto Alonso, Rita Macedo, Miroslava Stern Titolo originale Ensayo de un crimen. Drammatico, Ratings: Kids+13, b/n durata 89' min. - Messico 1955

Alejandro ha visto morire, da bambino, la propria governante e ne ha avuto uno shock che lo porta da adulto, a una ossessione omicida nei riguardi delle donne ogni volta che sente la musica di un carillon che suonava anche in occasione di quella prima morte. Accade però sempre qualcosa per cui il suo impulso omicida arriva... in ritardo, ma lui si sente (vuole sentirsi) colpevole
In questo tipo di trama, Buñuel inserisce una serie impressionante di elementi che fanno riferimento all'esperienza surrealista, nonché ad altri film del regista. Il protagonista ricorda il Francisco di El (1953) ed anticipa sia il Don Lope di Tristana (1970) che il Mathieu di Quell'oscuro oggetto del desiderio (1978), nei quali Buñuel ribadisce, fino agli ultimi anni della sua carriera, i concetti che gli sono cari da sempre. La ricerca quasi impossibile e comunque continuamente frustrata della purezza nella figura femminile e l'incapacità di compiere sia l'atto sessuale che l'omicidio (come facce della stessa medaglia) si nascondono dietro alla trama, abbastanza banale, di un giallo all'americana, raccontato quasi per intero in flashback. Si è parlato di importenza del protagonista Archibaldo (chissà perché ribattezzato dai distributori italiani Alejandro, ma chiederselo è ormai una battaglia persa in partenza) e di guasti dell'educazione cattolica, che condurrebbero questo personaggio all'irrefrenabile desiderio di uccidere ed alla consapevolezza, peraltro erronea, di essere un assassino. Per la verità questi elementi sono soltanto presunti ed al massimo desumibili dal testo, ma mai esplicitati da Buñuel, che, al massimo, dissemina di oggettistica religiosa la casa del Nostro. È un po' come se il regista sparpagliasse nel film le tessere di un mosaico, affidando allo spettatore il compito di metterle insieme. Ma il disegno è ben presente nella testa del regista e, comunque si dispongano, le tessere del mosaico sono pur sempre quelle. Uno dei più notevoli esiti nella filmografia di Buñuel durante il suo "esilio" messicano: inventiva surrealista, gusto del paradosso, caustica ironia. Un piccolo capolavoro nel quale il regista colpisce i suoi bersagli con mira infallibile.
Kapu

IL FASCINO DISCRETO DELLA BORGHESIA (Luis Buñuel)



Titolo originale Le charme discret de la bourgeoisie. Commedia, Ratings: Kids+16, durata 105' min. - Francia 1972

Don Rafael Acosta (Fernando Reiy, ambasciatore in Francia del piccolo Stato Sudamericano di Miranda, approfittando della sua posizione diplomatica trasporta droga illegalmente facendo lauti affari con altre due distinte personalità, i signori Thevenot (Pauk Frankeur) e Senechal (Jean-Pierre Cassel). I tre soci, insieme alle mogli dei due, Simone Thevenot (Delphine Seyring) e Alice Senechal (Stephane Audran), e a Florence (Bulle Ogier), sorella di Simone, si frequentono molto e ogni volta che tentono di pranzare vengono interrotti da avvenimenti imprevisti e inusuali. Sei personaggi tipo e una situazione che ciclicamente si ripete più volte lungo tutto il film sono il pretesto usato da Luis Bunuel per una divertita disamina sullo stato di salute della borghesia.
"Il fascino discreto della borghesia" è uno sferzande apologo antiborghese, tutto giocato sull'ironia e sull'illogica concatenazione dei fatti narrati : per smascherarne i vizi privati e ammantare di grottesco il pubblico perbenismo. Viene derisa la sacralità di uno dei momenti cardini della condizione borghese, quella della riunione a tavola, dove tra una prelibatezza culinaria e l'altra, ognuno fa solitamente sfoggio della propria classe e ostenta la vastità delle proprie esperienze di vita. I convenevoli e le più opportune frasi di circostanza impazzano e per non non fare un torto alla gradevolezza della situazione l'ipocrisia benpensante tocca livelli d'eccellenza. Su tutto, a conferire quell'immancabile vena surrealista del maestro spagnolo, aleggiano i sogni dei tre personaggi che invece di marcare dei momenti di rottura con la realtà, l'evidente evasione da essa, rappresentano la continuazione plausibile della loro vita, la dimostrata ambiguità del loro perbenismo di facciata. Come a voler sottolineare che non è possibile mascherare in sogno ciò che è possibile fare nella realtà. Sale da the che non possono servire il the, cadaveri onorati in una sala di un ristorante, improbabili terroristi, storie di brigadieri "insanguinati" e di genitori defunti che appaiono al figlio per esortarlo a commettere un omicidio, le manovre dell'esercito nel giardino di una villa, un Vescovo (Julien Bertheau) che chiede e ottiene di essere assunto come giardiniere dai signori Senechal. Queste sono solo alcune delle situazioni grottesche che ruotano attorno alle vicende dei sei protagonisti, che contribuiscono a conferire al tutto un senso di perenne immobilismo, di voluta incompiutezza. Le loro azioni non giungono mai a compimento, sono sempre sul punto di fare qualcosa che non fanno mai, di cominciarle senza mai portarle a termine. Le situazioni rimangono sempre in sospeso, come un cerchio che non si chiude mai, come succedeva in "L'angelo Sterminatore", ma se nel capolavoro "messicano" il generale senso di indeterminatezza serviva a spingere dei borghesi delineati al massimo della loro forma nel baratro dei loro più bassi istinti, qui serve ad accrescere il senso della loro indole parassitaria, il fatto che la perpetuazione della loro posizione sociale, come evidenzia Ugo Casiraghi, deriva più "dall'inazione che dall'azione". Luis Bunuel c'è li mostra spesso mentre vagano lungo una strada in mezzo all'aperta campagna, intenti ad andare diritto verso un punto non ben precisato, come chi vaga senza una meta e senza una guida che gli indichi la direzione. Come chi non sa recitare ruoli diversi da quelli rigidamente definiti dalle convenzioni sociali (straordinaria in tal senso è la celebre sequenza sul "sogno del teatro"). Affatto preoccupati del vuoto che li avvolge, sanno di poter contare sull'alleanza funzionale dei loro amici (clero, esercito, polizia), sulla forza corporativa di un sistema di potere che riesce a sopravvivere all'iproduttività stessa delle proprie azioni. A far rimanere tutto indefinito e, perciò, tutto immutabile. Capolavoro, l'ennesimo di un maestro.
Kapu

domenica 30 giugno 2013

QUELL'OSCURO OGGETTO DEL DESIDERIO (Luis Buñuel)



Titolo originale Cet obscur objet du désir. Drammatico, durata 100' min. - Francia 1977

Mathieu è innamorato di due donne: l'inquietante Concha e la sensuale Concha.
Siviglia. Mathieu è in partenza sul treno per Parigi. Concha lo implora di non lasciarla, ma lui le rovescia un secchio d'acqua in testa. Poi agli stupefatti compagni di viaggio racconta la sua storia. Da quando ha incontrato Concha il desiderio lo divora, ma la ragazza lo sconcerta: ora sembra facile e ora inaccessibile. Il gioco continua, sempre più crudele, grottesco e ossessivo. Nell'epilogo una donna ricuce un lenzuolo macchiato di sangue. Un'esplosione annienta tutto.
Grande, incommensurabile Luis Bunuel con "Quell’Oscuro Oggetto Del Desiderio", ultima opera del maestro spagnolo. Può essere letta in chiave politica: la borghesia non fagociterà il proletariato (lettura troppo riduttiva). L’uomo non potrà mai comprare la libertà della donna (meglio). Il desiderio, il sesso, il possesso come chiavi d’interpretazione della coppia e si potrebbe proseguire. Ciò che più colpisce a distanza di trentacinque anni sono i vari simbolismi di cui è disseminato. Non solo, la satira sferzante e beffarda (un aggettivo bunueliano a tutti gli effetti) dei gruppi terroristici che sullo sfondo della vicenda compiono attentati, estorsioni e sabotaggi sfiorando e disinteressando i protagonisti per poi…Nella scena conclusiva da un altoparlante apprendiamo che varie sigle del terrorismo di estrema sinistra si sono alleate con i Gruppi Rivoluzionari del Bambin Gesù e pure quelli di destra sono pronti a scatenare confusione totale e attentati senza logica. Grandi attori tra cui il trio principale: Fernando Rey, Carole Bouquet e Angela Molina. Ennesima, ultima magia di uno che di strategie del desiderio se ne intendeva. E l'idea di far interpretare la stessa parte a due attrici diverse è semplice quanto geniale. Bunuel si commiata dal suo pubblico con un'opera che è la summa del suo filmo-pensiero: surreale, anarchico, erotico. Film seminale per Almodovar e De La Iglesia.

tres

BELLA DI GIORNO (Luis Buñuel)



Titolo originaleBelle de jour. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 100' min. - Francia 1967

La moglie di un chirurgo si lascia andare alle sue inclinazioni sadomasochistiche. Inizia così una doppia vita: di notte l'amore per il marito; di giorno la frequentazione di una casa di appuntamenti. Sévèrine è una donna, in apparenza, sévère: bellissima fredda e distaccata, poco loquace e tendente al giudizio facile, vive dello sguardo degli altri sulla sua virtù. La sua vivacità è quella di un soprammobile e neanche l'amore di un marito (Pierre / Pietro: stabile ed indistruttibile come una pietra, dai toni sempre corretti, levigato) bello e di successo riesce a scalfire questa aura di intoccabilità e perfezione. Non ha, a dirla tutta, nessuna qualità specifica. Se non l'avvenenza e l'eleganza. Nessun interesse, nessuna occupazione. A Sévèrine non importa essere interessante, acculturata, intelligente, di gradevole conversazione, oppure appassionata, o curiosa, o simpatica. Nessuno le chiede di esserlo, neppure Pierre. Che accetta il suo essere immobile e vacua, senza volontà propria, con malcelata soddisfazione maschile. Seduta nel proprio salotto Sévèrine non è molto diversa da uno dei vasi, o dei quadri che addobbano l'ambiente. Catherine Deneuve bellissima, volutamente e forse eccessivamente inespressiva. Imperscrutabile. Gelida, egoista, non concede nulla del proprio cuore. Il dramma la sfiora appena, giusto in tempo per farle recuperare il ruolo subalterno di moglie (e forse, in futuro, madre). Non c'è rimprovero, non c'è rimorso, non c'è castigo.
l più grande successo commerciale di Bunuel fu questo "Bella di giorno", inquietante esplorazione dei fantasmi masochisti di una giovane moglie borghese apparentemente candida e virginale, interpretata con sorprendente aderenza e notevole precisione compositiva dalla giovane e ancor bellissima Catherine Deneuve. Affiancato dallo sceneggiatore Jean-Claude Carrière, Bunuel realizza il film con uno stile apparentemente classico, ma in realtà aperto alle suggestioni moderniste, poichè giustappone in una maniera pressochè "invisibile" scene realiste e sequenze oniriche, lasciando sempre trasparire un certo margine di ambiguità dalle immagini. E' l'adattamento di un romanzo scritto negli anni Trenta da Joseph Kessel, con riferimenti neanche tanto velati alle opere del Marchese de Sade, e con un potere di suggestione "erotica" che spesso deriva da certe allusioni che non vengono mai del tutto chiarite (ad esempio, la misteriosa scatola del cinese), senza mai cadere nei compiacimenti e nelle volgarità di cui abuseranno tanti imitatori dello stile di Bunuel. Bunuel prende a picconate l'edificio borghese costituito dall'unità-famiglia. Si avvale della complicità della conturbante Deneuve, personaggio scomodo e discusso. Provocatorio quanto acuto, si staglia nitido per personalità sullo sfondo di un panorama cinematografico troppo spesso piatto e compiacente. Lascia una sgradevole sensazione di crisi dell'individuo moderno e di una clustrofobica mancanza di vie di fuga. Le convenzioni, l'espressione del sè, il rapporto tra istinto, ragione e valori, la fiducia, la libertà, il ruolo di uomo e donna nella società. Opera audace per i tempi in cui fu realizzata, mantiene una perfetta vedibilità a tanti anni di distanza e molto del merito è da attribuire all'affascinante protagonista, ben affiancata da Jean Sorel, Michel Piccoli e Pierre Clementi.
Kapu

L'ANGELO STERMINATORE (Luis Buñuel)



Titolo originale El angel exterminador. Drammatico, Ratings: Kids+16, b/n durata 95' min. - Messico 1962

Un gruppo di invitati a una cena non riesce, a festa conclusa, ad abbandonare la villa che li ha ospitati, qualcosa di indefinito e inspiegabile gli impedisce di varcare la soglia della sala da pranzo, mentre all'esterno si radunano amici, parenti e le forze dell'ordine. Dopo ore di panico qualcuno farà il passo. 
L'angelo sterminatore è la paura, che tiene in ostaggio la borghesia, impedendole di mescolarsi con il resto del mondo. Questa ossessione sottile e inconfessabile, che si affaccia sistematicamente negli incubi notturni, è una micidiale mistura di pregiudizi, superstizioni, manie, che riduce le sue vittime ad un gregge (gli agnelli) o ad un branco di animali ammaestrati (l'orso al guinzaglio). I palazzi in cui si tengono i ricevimenti, e le chiese dove si celebrano i riti domenicali, diventano ovili e circhi equestri, in cui bestie selvatiche in cattività sfogano le proprie paranoie in uno spettacolo primitivo e degradante. Fuori dagli schematismi di forzose convenzioni, l'elitarismo dell'alta società si rivela il terreno di coltura di istinti repressi, pullulante di vizi e debolezze: la prigionia autoimposta – di cui il film presenta una metaforica esasperazione - toglie l'aria, costringe alla promiscuità, e sottrae agli individui l'intimità necessaria a coltivare le proprie personali perversioni. Queste, se trasportate all'esterno, si trasformano in germi contaminanti, in veleno per l'ambiente circostante: nessuno, infatti, possiede in sé gli anticorpi per i morbi dell'anima altrui. Luis Buñuel presenta l'elemento surreale come l'incarnazione ectoplasmica della degenerazione morale dovuta alla combinazione di geni incompatibili, di mutazioni solitarie e gelosamente chiuse nella propria deviante irripetibilità. Nel momento in cui la facciata dell'etichetta si sgretola, la superficiale armonia si rompe, lasciando tutti nell'incapacità di decidere come comportarsi. Diventa impossibile, allora, ritornare alla normalità, perché si è perso il filo del copione, il ritmo della finzione scenica che si è come inceppata. Basta una piccola stonatura, una lieve distrazione, perché l'incanto si spezzi e la confusione rapidamente si propaghi, causando un blocco generale degli ingranaggi. Quello che Buñuel mette in scena, nella villa tenuta sotto assedio da un blackout psicologico dei suoi occupanti, sembra la versione ante litteram di un reality televisivo, in cui i "famosi" sono sottratti, non tanto alle loro comodità, quanto alle loro certezze di casta, senza le quali il loro universo, fatalmente, crolla. Capolavoro assoluto del cinema di tutti i tempi in una apologia, tipicamente buñueliana, sul senso assurdo del religioso e sull'agire dell'libero arbitrio in società di conformismo borghese.

Tres

IL FANTASMA DELLA LIBERTA' (Luis Buñuel)



Un film di Luis Buñuel. Con Adriana Asti, Julien Bertheau, Adolfo Celi, Jean-Claude Brialy, Michel Piccoli, Jean Rochefort, Monica Vitti, Milena Vukotic, Paul Le Person, Pascale Audret,Claude Piéplu, Hélène Perdrière, Bernard Verley, Paul Frankeur, Pierre Maguelon, François Maistre, Jean Champion, Michael Lonsdale, Jacques Debarry, Jenny Astruc, Ellen Bahl, Philippe Brigaud, Philippe Brizard, Agnès Capri, Anne-Marie Deschoutt, Michel Dhermay, Philippe Lancelot, Marius Laurey, Pierre Lary Titolo originale Le fantôme de la liberté. Commedia, durata 103 min. - Francia 1974.

Nel prologo, anno 1808, assistiamo alla fucilazione di patrioti e di un ufficiale profanatore di tombe. Poi si passa al presente, ed ecco un uomo che mostra a due bimbe foto "oscene" dei monumenti di Parigi, un assassino messo in libertà, la repressione di una manifestazione che inneggia alle catene...Le convenzioni sociali della borghesia, perfidamente rovesciate, rivelano tutto il loro assurdo. Il mondo capovolto di Luis Bunuel, un distillato di salutare ironia che sconvolge l'andamento logico della nostra percezione del reale, che ribalta il senso delle parole e dei fatti. Una spruzzata di intelligenza viva rivolta contro la passiva acquiescenza di uno stato delle cose accettato per abitudine e difeso per opportunità. Se si è presi atto che non sono valsi secoli di apologia della ragione per liberare l'uomo dalle convenzioni sociali che si è autoimposto, se si è giunti al punto che un'astratta idea di ordine sociale viene regolarmente preferita al piacere sano di abbandonarsi ai propri più intimi desideri, tanto vale divertirsi a destrutturare l'ordinario andamento sistemico per cercare di costruirne uno di segno opposto, giocare a rimescolare i pezzi che compongono l'esistente sensibile per ricomporlo come se si trattasse di un puzzle pensato a propria immagine e secondo regole tutte nuove. Se la libertà è un fantasma allora è meglio regolarizzare il paradosso. Ne vale una possibilità data all'uomo per affrancarsi dai vincoli codificati dal senso comune e liberare la libertà dello spirito dalla banalizzante recita di se stessa. "Il fantasma della libertà" è il manifesto anarchico di Luis Bunuel, che usa la ferrea logica dell'assurdo per minare le certezze consolidate dell'ordine costituito. La glorificazione del surreale per una rivitalizzante cerimonia iconoclasta. Jean-Claude Brialy, Julien Bertheau, Milena Vukotic, Adriana Asti, Michel Lonsdale, Adolfo Celi, Jean Rochefort, Monica Vitti, Michel Piccoli, tutti danno un volto all'inaudita plausibilità della vita e tutti sono partecipi di questa divertita sagra degli ossimori. Un capolavoro di irridente genialità. L'ennesimo di un maestro. Uno dei film più limpidi e divertenti del tardo Buñuel, che recupera una acredine inconciliata insieme ad una olimpica semplicità. 
Kapu

ITALIANO PER PRINCIPIANTI (Lone Scherfig)



Un film di Lone Scherfig. Con Anders W. Berthelsen, Annette Stovelbaek, An Eleonora Jorgensen, Lars Kaalund Titolo originale Italiensk For Begyndere. Commedia, durata 112 min. - Danimarca 2000

L'idioma del Bel Paese fa proseliti nella terra di Amleto.
Alla periferia di Copenaghen, un gruppo di persone si incontra per la lezione settimanale di italiano. Fra gli allievi, un eccentrico pastore protestante, un uomo e una donna bloccati dalla timidezza, due signore che si scoprono sorelle e altri esemplari di varia umanità. 
Il dodicesimo film targato Dogma è un curioso esempio di mescolamento linguistico, che fortunatamente la distribuzione non ha alterato scegliendo di sottotitolare i dialoghi in danese. Oltre a emozionare e divertire con garbo, ci offre un'occasione per vederci riflessi in uno speciale specchio cineantropologico e sorridere un po' di noi stessi. Orso d'argento a Berlino. “Italiano per principianti” è una commedia dolceamara che prende spunto dalla passione di alcuni danesi per la nostra lingua. Esistenze insoddisfatte, agnizioni da tragedia greca, piccoli inconvenienti del quotidiano di un gruppo di persone che gravitano attorno ai trent’anni, trovano una valvola di sfogo nell’apprendimento della lingua e della cultura italiana, non senza alimentare stereotipi che ci perseguitano da sempre e che durante la proiezione al Festival di Berlino suscitavano l’ilarità scoppiettante del pubblico. Film molto gradevole, buone recitazioni e, soprattutto, fantastica l’assenza di aberranti luoghi comuni sulla nostra nazione.
Kapu

IL CATTIVO TENENTE (Abel Ferrara)



Un film di Abel Ferrara. Con Harvey Keitel, Frankie Thorn, Victor Argo, Zoe Lund, Frank Adonis. Titolo originale The Bad Lieutenant. Drammatico, durata 98' min. - USA 1992

(Stra)ordinaria storia di abiezione e redenzione
Sullo sfondo della vicenda c'è la finale di baseball tra Dodgers e Mets. LT (Harvey Keitel) ha scommesso sui Dodgers. LT, tra le altre cose, è un tenente di polizia, ma passa tutto il suo tempo a portare i figli a scuola (quando deve), a sequestrare droga per poi rivenderla (quando può), a sequestrare droga per poi usarla (quasi sempre). L'unica volta che fa un'azione buona è anche l'ultima azione della sua vita. 
Si può apprezzare o criticare il cinema di Ferrara, così come si può amare alla follia il cinema di Tarantino oppure disprezzarlo. Ma, se per il regista de Le Iene non si può non tenere conto del suo indubbio lato visionario, iperrealistico, la sua visione “ultraista” della realtà, manipolata a piene mani, tutti elementi che costituiscono il suo segno e la sua originalità (discutibile fin che si vuole), per Ferrara bisogna fare un discorso a parte. Il “segno” qui ha un carattere molto diverso. Anzitutto l’ambientazione. I luoghi preferiti sono i quartieri miserabili della metropoli, i palazzi fatiscenti, gli appartamenti squallidi abitati dalla feccia umana, ma non solo. Ci sono i neri senza più sogni, “latinos”, gli ispanici che si arrabattano alla bell’e meglio, le larve umane distrutte dalla droga, le prostitute che si fanno e battono mattina e sera, i trans che ciondolano su e giù per i marciapiedi, alla ricerca di una dose o di una marchetta, non disdegnando una soffiata alla polizia per essere lasciati in pace. Se c’è un inferno sulla terra, è qui che va ricercato. Già nel 1929, Garcìa Lorca scriveva : “L’aurora arriva e nessuno la riceve nella sua bocca perché lì non c’è domani né speranza possibile”. Senza futuro né speranza, egli vedeva “gente che vacillava insonne come appena uscita da un naufragio di sangue”. Poco a poco, però, le cose cominciano ad andare male: la quotidiana contiguità con una delle realtà sociali più degradate al mondo comincia a sgretolare la sua fragile corazza morale. Comincia con le scommesse, con ambigue frequentazioni, con le prime trasgressioni, fino a cadere pesantemente in un buco nero da cui non si esce, se non con i piedi in avanti. ome in quasi tutti i film di Ferrara, il tema dell’abiezione si confonde con quello della redenzione. A fare scattare la scintilla che dà voce alla propria coscienza, lasciata languire per troppo tempo, è il caso di uno stupro, avvenuto in una chiesa, da parte di due teppistelli a spese di una giovane suora. Scritto senza l'ausilio del collaboratore abituale Nicholas St. John, un noir metropolitano che si trasforma in una parabola cattolica sospesa tra sublime e osceno. Visionario ed eccessivo (dopo molte violenze, ad un certo punto appare un Cristo coloratissimo e muto), ossessionato dal tema della violenza e della redenzione, è tra i migliori film di Ferrara. Impressionante Harvey Keitel, che mostra tutta la pesantezza della carne e le ferite dello spirito. Splendido il finale, girato con la macchina da presa nascosta.
Kapu

GATTO NERO GATTO BIANCO (Emir Kusturica)



Un film di Emir Kusturica. Con Bajram Severdzan, Florijian Ajdini, Srdjan Todorovic Titolo originale Black Cat, White Cat. Commedia, durata 120' min. - Jugoslavia, Francia 1998
Grga Pitic, padrino gitano nonché magnate delle discariche e Zarije, proprietario di un cementificio, sono grandi e vecchi amici pur non vedendosi da oltre 25 anni. Il figlio di quest'ultimo, Matko è un buono a nulla incapace di chiedere aiuto al proprio padre. Per questo si rivolge a Grga per farsi prestare del denaro per concludere un affare al mercato nero. Per assicurarsi la somma di denaro necessaria Matko dice a Grga che suo padre è morto. 
Il film di Kusturica è un film in cui i personaggi sono perennemente in movimento ma più che un road movie è un river movie visto che avviene tutto sulle rive del Danubio e ristretti dintorni. Kusturica in questo film ritorna alla pura arte dell'illustrazione:le sequenze sono affollati quadri in movimento con invenzioni continue, stranezze assortite (un letto carrozzina a motore per esempio), personaggi oltre il limite del grottesco (il gangster cocainomane ballerino, la cantante che leva i chiodi col sedere, i poliziotti bulgari), una scatenata festa di un matrimonio che non s'aveva da fare, resurrezioni ecc ecc. E' il suo film meno politico ma più nomade, un film eastern che non si genuflette al mito della frontiera, in cui la linea di demarcazione tra due Stati serve solo per rendere efficaci traffici illeciti, un film di gitani che si dimostrano meno arretrati e molto più allegri di quello che avevamo conosciuto dagli altri film di Kusturica. La storia in fondo interessa poco. Contano il rumore costante, la musica travolgente, le trovate e i personaggi a decine, le situazioni imprevedibili. Oltre agli uomini, contano gli animali: oche a branchi, il gattino bianco e quella nera, un maiale che lungo il film ha il tempo di mangiarsi un'intera automobile. Contano anche certi oggetti improbabili, come un letto a dondolo o una motoretta accessoriata. Kusturica continua ad avere l'occhio per le cose piccole, per i ritrattini veloci, appena schizzati che saltano fuori di continuo e affollano ogni inquadratura.
Kapu

FITZCARRALDO (Werner Herzog)

Poster Fitzcarraldo  n. 1
Un film di Werner Herzog. Con Klaus Kinski, Claudia Cardinale, José Lewgoy, Peter Berling, Salvador Godínez,  Miguelangel Fuentes, Paul Hittscher, Huerequeque Enrique Bohorquez, Grande Othello, David Perez Espinosa, Milton Nascimento, Rui Polanah, Dieter Milz, Bill Rose, Leoncio Bueno, Campas del Rio Tambo, Machiguengas del Rio Camisea
Avventura, durata 157' min. - Germania 1981

Agli inizi del Novecento l'eccentrico Brian Sweeney Fitzgerald, barone irlandese del caucciù, vuole costruire a Iquitos, nel cuore dell'Amazzonia peruviana, il più grande teatro d'opera di tutti i tempi per farci cantare Enrico Caruso. Costato 8 miliardi (più tutti gli averi del regista, due morti, parecchi feriti e tre anni di lavorazione) questo film, frutto di un'operazione un po' folle, è paradossalmente il più ordinato e accademico del più sregolato autore del nuovo cinema tedesco. Narrato a ritmo lasco col tran tran di uno sceneggiato TV, ha un solo personaggio vivo: il battello il cui assurdo ed epico trasporto attraverso il colle occupa 45 minuti. I momenti d'incanto e le sequenze visionarie, comunque, non mancano. Si apre e si chiude con un frammento delle 2 opere ottocentesche che hanno per protagonista Elvira: Ernani (1844) di G. Verdi e I puritani (1835) di V. Bellini. Esiste sulla romanzesca lavorazione del film un bel documentario di Les Blank, Burden of Dreams (1982), che, secondo alcuni, è persino più affascinante del film.

tres              

IL QUINTO ELEMENTO (Luc Besson)

Locandina Il quinto elemento













Un film di Luc Besson. Con Gary Oldman, Bruce Willis, Ian Holm, Milla Jovovich, Chris Tucker,
Titolo originale Le cinquième element. Fantascienza, durata 122' min. - Francia, USA 1997.

Nel 2413, in una Manhattan con macchine volanti che sfrecciano tra i grattacieli, un muscoloso tassista (Willis) si coalizza con una bella guerriera (Jovovich) tornata in vita dopo 5000 anni per salvare la Terra dalla malvagità di un guerrafondaio (Oldman). Costato 90 milioni di dollari (dichiarati dalla Gaumont che l'ha prodotto), è il film più costoso nella storia del cinema francese sonoro e ha vinto la scommessa al botteghino contro i megaprodotti di Hollywood. Nel suo barocchismo stravagante corretto da una vena ironico-umoristica, è vicino più alla fantasy che alla fantascienza. Ne è autore alla sua 7° regia L. Besson, che aveva sognato di fare qualcosa del genere fin da ragazzo e che s'è scelto preziosi collaboratori, tra cui il geniale disegnatore Moebius che ha ideato i paesaggi e il raffinato e inventivo stilista-costumista Jean-Paul Gaultier. È un colossale videogioco che stupisce, incuriosisce, talvolta affascina e alla fine sazia.

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sabato 29 giugno 2013

LILI MARLEEN (Rainer Werner Fassbinder)




Un film di Rainer Werner Fassbinder. Con Giancarlo Giannini, Mel Ferrer, Hanna Schygulla, Udo Kier Drammatico, durata 120' min. - Germania 1980.

Nel 1938 a Zurigo una giovane cantante tedesca ama un musicista ebreo. La guerra li separa. La cantante, tornata in Germania, diventa famosa grazie alla canzone "Lili Marleen". A guerra finita si reca a Zurigo dove trova l'amato Robert sposato. Ispirato al romanzo autobiografico della cantante Lale Andersen Il cielo ha molti colori, il film apre idealmente la quadrilogia fassbinderiana sulla Germania in forma di un cinemelodramma in cui è difficile distinguere dove finisce il Kitsch nostalgico perseguito con voluttuoso accanimento e dove comincia la bischeraggine invereconda. La vera ragione di vederlo è la Schygulla. La famosa canzone (scritta nel 1916, musicata nel 1930 e registrata nel 1938) ha ispirato altri 3 film: 2 britannici (1952, 1970) e uno tedesco (1956).AUTORE LETTERARIO: Lale Anderson

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IL GIORNO DELLO SCIACALLO (Fred Zinnemann)

Poster Il giorno dello sciacallo  n. 1

Un film di Fred Zinnemann. Con Michel Auclair, Edward Fox, Terence Alexander, Delphine Seyrig Titolo originale The Day of the Jackal. Giallo, durata 141' min. - USA 1973

Nel 1963 il braccio armato dei colonialisti algerini (O.A.S.) affida ad un killer professionista l'incarico di assassinare il generale De Gaulle. Il killer, conosciuto come "lo sciacallo", viene braccato in uno spietato "tour de France" da un ispettore della Sureté. 
Il regista di "Mezzogiorno di fuoco" trascrive abilmente il celebre romanzo di Frederick Forsyth. Da un suo celebre scritto, che ricostruiva l'attentato a De Gaulle del 1963 e le mosse per impedirlo, un autore spesso di successo ma apprezzato dalla critica come Fred Zinnemann trasse un film che in molti reputano tra i migliori thriller mai prodotti. Presentando in parallelo le opposte strategie del killer detto "Sciacallo" e del governo francese , volte entrambe con grandi capacità e spreco di mezzi, con intenti opposti, l'autore di "Mezzogiorno di fuoco" elabora un meccanismo geometrico, di una nitidezza impressionante nello sciorinare movimenti ed iniziative parallele: individuo senza identità propria, lo Sciacallo è uomo di aggressiva sagacia e dalle mille risorse. Una lezione di cinema classico: asciutto e ben attento a valorizzare la suspense della storia e il crescendo delle emozioni. La geometria applicata al thriller in una caccia senza quartiere al killer senza volto. Edward Fox è un ottimo "sciacallo". Con due remake apocrifi: "L'incarico" e "The Jackal".

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